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Moby Dick Festival: il programma - aterranuova.it

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Giovedì 3 maggio / Auditorium Le Fornaci


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Dentro una storia

Io da “grande” volevo fare il giornalista: mi interessava indagare, capire e andare alla ricerca di qualcosa da scovare. Poi ho scoperto la fotografia come il mezzo di comunicazione più adatto al mio modo di essere e ho iniziato a documentare ciò che vedevo con i miei occhi e ritenevo opportuno trasmettere.
Ricordo perfettamente il giorno in cui, come dire, sono stato scelto dalla macchinetta fotografica: avevo 8 anni e in campeggio, in un campo scuola a Tarquinia, spesi tutti i soldi che mi sarebbero dovuti bastare per una settimana di vacanza, per comprare la mia prima macchina, che ancora conservo! Non c’era alcun motivo apparente per cui io mi sentissi attratto da quell’acquisto, ma dovevo farlo e l’ho fatto.

Valerio Bispuri

Venerdì 4 maggio / Tensostruttura Piazza della Repubblica

The network di Terra Madre nel Mondo

Immagini e semi con le opere dell’artista Giulio Picchi

La rete di Terra Madre è formata dagli agricoltori, gli allevatori, i pescatori, i trasformatori, i cuochi che con la loro visione e i loro saperi lavorano per promuovere una nuova gastronomia, fondata sulla tutela della biodiversità, la protezione dell’ambiente e il rispetto delle culture e delle tradizioni locali. La rete di Terra Madre è una rete libera, “liquida”, fluida, diffusa in 150 Paesi del mondo. In questo contesto nasce il progetto “Il Giardino di Roberta” che ha come scopo la realizzazione di un attività di educazione alimentare e la costruzione di un orto scolastico e sociale nel Comune di Figline Valdarno presso la Scuola Primaria Del Puglia e le Scuole del Pays Jbala in Marocco collaborando con le cooperative locali per il recupero della varietà di Farro chiamato localmente “Chakliya” tramite Presidio Slow Food. Il Giardino di Roberta vuole ricordare il contributo dato alla Comunità Valdarnese da parte di Roberta Di Marco nella sua attività scolastica nelle scuole del territorio. Un gruppo di amici persegue questo obbiettivi con la Condotta Slow Food locale. La mostra rappresenta nelle sue immagini una visione olistica del rapporto tra Umanità legata alla Cultura del Cibo e la Terra, Terra Madre appunto. All’interno della mostra saranno inserite alcune opere dell’artista Giulio Picchi, che ha realizzato l’icona a simbolo del progetto e ne è testimonial. Il progetto “Il Giardino di Roberta” è stato adottato dal Mobidick Festival come espressione viva del senso di Comunità, tema della manifestazione.

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Giulio Picchi
Artista autodidatta, l’opera di Picchi fa parte di collezioni private d’arte in diverse parti del mondo.
Pubblica da anni i suoi lavori grafici nell’Ambasciata Teatrale, rivista mensile del Teatro del Sale.
Dallo scorso anno, anche le sue ‘Città volanti’ hanno cominciato a viaggiare: a settembre del 2014, è stato invitato, su segnalazione del grande clown svizzero Dimitri e di sua moglie Gunda, da una galleria Svizzera, la Kunst-und KulturZentrum Littau-Luzern, a partecipare ad una mostra a cura di Micaela Grunder.

E’ stato chiamato dallo scrittore Giorgio Van Straten, attuale Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a New York, per disegnare le quattro copertine del 2015 della rivista ‘Nuovi Argomenti’ edita da Mondadori.
Si ringrazia il gruppo “Il Giardino di Roberta”, la Condotta Slow Food Colli superiori del Valdarno MVM, Giulio Picchi
Curatori della mostra
Luca Fabbri, Viviano Venturi, Paolo Martini, Sandra Gambassi, Barbara Nappini

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Slow Food. Storia di un’utopia possibile

Questa grande storia ha portato a risultati straordinari: da Terra Madre Salone del Gusto che riunisce i produttori agricoli di ogni angolo del Pianeta alla consapevolezza diffusa della tutela della biodiversità, del futuro della Terra, dei valori della persona e di uno sviluppo sostenibile. La vita e l’azione di un uomo visionario, pragmatico, cosmopolita, gastronomo che con la sua squadra, partendo da un piccolo centro di provincia, Bra, è riuscito a trasformare Slow Food in una rete globale presente in 160 Paesi del mondo.

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Metamorfosi del senso comune e della pubblica opinione nell’era delle fake news, del pregiudizio e del risentimento. Ma anche della solitudine del cittadino e dello spaesamento nei confronti delle strutture sociali tradizionali.

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Piero Sardo: “Formaggi naturali”

Il silenzio attorno al tema ”fermenti” nei formaggi è assordante. Grazie al fatto che non è necessario indicarli in etichetta, si ignorano il rischio di standardizzazione e la perdita del legame con il territorio che l’aggiunta di fermenti porta con sé. Slow Food propone la via dei ”formaggi naturali”, una cinquantina di produzioni a latte crudo ed esenti da aggiunte non autoctone scelte da Piero Sardo, ideatore e promotore di questa svolta. Le storie eroiche di chi li produce e le schede per scoprire l’assoluta eccellenza italiana nel panorama caseario.

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Marco Noferi: “Amore mio non piangere”
Bellezza, polpette, rigatina  e un po’ di cacio salveranno il Mondo.

Marco Noferi, Scrittore e Contadino e Piero Sardo, Presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus presentano attraverso i loro rispettivi testi: Amore mio non piangere edito da Aska Editore e Formaggi naturali edito da Slow Food Editore-Giunti, il proprio amore per il futuro del cibo vero in contrasto con la tristezza dell’attuale cibo patinato e insapore
Una serata di parole e piatti veri, materiali, realizzati dalle donne dell’As. Slow Food e Cooperativa Beta e allestita dalla Cooperativa Margherita, da condividere in convivialità con gli amici del momento nel luogo dove nacque il movimento di Arcigola oggi conosciuta come Slow Food, dove si son confrontati intellettuali di tutti il mondo.

Le pietanze che accompagneranno le parole rappresenteranno la prossima ormai necessaria rivoluzione rossa, rossa come un pomodoro o una cipolla
Costo della serata: 23 euro soci Slow Food, 27 euro non soci
L’incasso della serata sarà devoluto al Progetto “Il Giardino Di Roberta”

Per prenotazioni e informazioni:
Serena/Paola 3703215969 – slowfoodvaldarno@gmail.com

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Storie e Mondiali

Ricordi, aneddoti, bilanci e riflessioni sul gioco più amato, nell’anno dei Mondiali di Russia.

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Le ferite di Caporetto

Caporetto è un evento cruciale della storia italiana, e ha lasciato delle ferite che in parte non si sono rimarginate neanche oggi. Il bollettino di Cadorna, che accusava di viltà le nostre truppe, ha danneggiato in modo permanente l’immagine del soldato italiano nel mondo. L’operato della Commissione parlamentare d’inchiesta, che additava le responsabilità di Cadorna e nascondeva quelle di Badoglio, ha lasciato uno strascico di dietrologie e di polemiche non ancora sopite. Ma è una ferita di Caporetto anche il baratro che il rimpallo delle responsabilità aprì fra la casta militare e il ceto politico liberale, accelerando lo sfacelo del sistema parlamentare e l’avvento del fascismo.

Sabato 5 maggio / Tensostruttura Piazza della Repubblica

In collaborazione con Settore 8 Editoria, un incontro a più voci con alcuni degli autori del nostro territorio, tra racconti e rivelazioni sulle nuove uscite previste.

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Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale

A partire dagli anni Ottanta, l’ordine globale neoliberale ha sostituito l’ordine liberale che governava il sistema internazionale dal secondo dopoguerra. Analogamente al Titanic, il mondo è stato portato su una rotta diversa e più pericolosa da quella segnata dall’incontro e reciproco bilanciamento di democrazia e mercato. Davanti ai nostri occhi si erge minaccioso un iceberg, le cui quattro facce si chiamano: declino della leadership americana ed emergere delle potenze autoritarie di Russia e Cina (sul cui sfondo si stagliano la crisi nordcoreana e quella mediorientale); polverizzazione della minaccia legata al terrorismo; deriva revisionista della presidenza Trump; affaticamento delle democrazie strette tra populismo e tecnocrazia. Nonostante le sue difficoltà, solo l’Europa può ancora contribuire a ristabilire la rotta originaria, ma a condizione di vincere la battaglia più difficile, quella interna: per riequilibrare la dimensione della crescita e quella della solidarietà.

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Salvarsi la vita con i libri

Chi ha letto un libro , ha visto una mostra, ha ascoltato un concerto, è diverso da come era prima? E se è diventato diverso, è necessariamente migliore di prima?

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Lectio Magistralis. Scrittura e città

Ritengo che molte delle conflittualità, degli orrori e degli errori del nostro tempo siano dovuti proprio alla banalizzazione del senso della vita, che non viene più indagato veramente, perché si pensa la vita come una batteria che si consuma e non come un dono. Anche l’architettura (come tutte le nostre altre discipline) interroga e fa interrogare noi stessi su questo: per esempio, perché un terremoto fa crollare così facilmente un edificio, e che valore hanno dato alla vita le persone che l’hanno costruito? Ne hanno dato abbastanza? Ma non solo. Pensiamo al ponte più moderno di Venezia e a tutte quelle pecche che lo rendono così problematico da attraversare: chi l’ha progettato si è veramente immedesimato nelle persone che quotidianamente viaggiano da una riva all’altra? Ai loro bagagli, ai loro passi, alle loro esigenze nel farlo? Oppure ancora: che cosa rappresentano opere come il Pantheon di Roma, la Grande Muraglia, l’Empire State Building? Di quali vite, di quali sogni raccontano? In effetti potremmo non smettere mai di farci domande sulla vita soltanto guardando un’architettura.
Ecco dunque che non è così scontato riflettere sul senso della vita. Come risolvere molte problematiche del nostro mondo? Semplicemente continuando a pensare.

Stefano Boeri

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La crisi della Democrazia

Una conversazione tra due testimoni importanti degli ultimi decenni della Politica e della Società italiana. Bilanci e riflessioni sulla nostra cara vecchia democrazia. E’ comunque vero, come diceva Winston Churchill, che “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate fino ad ora”?

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Risolvere o gestire la crisi della Sicurezza?

Conflitti, terrorismo e politiche di sicurezza tra Medio Oriente e Europa.
La war on terror avanza e gli spazi di terrore sono ovunque: a guerra succede guerra senza che si delinei una fine. L’autrice ricostruisce l’emergere di reti jihadiste in Medio Oriente e in Europa, gettando luce sui nessi intimi che sostengono le narrazioni di sovranità e terrorismo proprie della contemporaneità. Plasmato fra guerre e regimi repressivi, e amplificato da media e social media, il terrore controlla territori e al tempo stesso si propaga molecolarmente attraverso l’emulazione. Nel contempo, sfidata dalla violenza jihadista e da altri fenomeni transnazionali, la sovranità nazionale adotta risposte autoritarie, in Medio Oriente come in Europa. Ne emerge un paradosso: le premesse liberali dell’ordine internazionale si scardinano, prefigurando l’avvento di una fase postliberale a discapito di multilateralismo e global governance.

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Simone Perotti: “L’isola che non c’è esiste ed è bella vera”

Simone Perotti presenta i suoi libri: da “Zenzero e Nuvole” a “Rais” e “Adesso Basta” compreso il suo ultimo “Atlante delle Isole del Mediterraneo” dove racconta dell’incontro con persone e comunità del Mare Nostrum
Tra un bicchiere e piatti legati alla sua vita,cucinati con maestria da Claudio e vini dell’Antica DOC VALDARNO Sup., racconterà la sua storia che nel suo blog cosi descrive: Per 19 anni ho lavorato intensamente. Credevo nel modello che mi era stato impartito: studiare, laurearsi, specializzarsi, lavorare, fare carriera. Mi sono impegnato molto, ho lavorato nella comunicazione d’impresa, sono stato anche fortunato e bravo, ho fatto la mia piccola carriera. Poi ho deciso di cambiare. L’ordine è stato: sovvertire i pesi. Poco tempo per il lavoro, molto per la vita. Ho lasciato soldi, carriera, quel piccolo potere conquistato, e ora scrivo, che credo sia il motivo per cui sono nato, e navigo, per vivere ma anche per non perdermi. Scrivere è la mia vita. Navigare la mia passione. Entrambi il mio sostentamento.

A cura di Slow Food Colli Superiori del Valdarno M.V.M., Ristorante Cassia Vetus, Mercatale di Montevarchi Mercato della terra Slow Food, Vini dell’Associazione DOC Valdarno Superiore

Costo della serata:
25 euro soci Slow Food, 28 euro non soci
L’incasso della serata sarà devoluto al Progetto “Il Giardino Di Roberta”

Per prenotazioni e informazioni:
Serena / Paola 3703215969 – slowfoodvaldarno@gmail.com

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Carta, INCHIOSTRO e benzina. Nascita del Viaggiatore Immaginario

Quest’anno la libreria Il Viaggiatore Immaginario di Arezzo, partner del Moby Dick Festival, compie 25 anni di attività. Un recital ne ripercorrerà lo spirito e la passione che le hanno dato vita e l’hanno accompagnata in questo lungo percorso.

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L’isola del non arrivo

Lampedusa è un pezzo dimenticato d’Italia, assente persino dalla cartina del meteo in TV. È una piccola isola, più vicina all’Africa che all’Europa, lunga appena sei chilometri, battuta dal vento, circondata da un mare meraviglioso e abitata da una piccola popolazione, per lo più di pescatori. Di colpo, Lampedusa balzò all’onore delle cronache nazionali una prima volta nel 1986, quando Gheddafi le lanciò contro due missili. Tornò nei telegiornali nazionali con la prima ondata migratoria, dopo la primavera araba, e poi soprattutto con la nuova ondata dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Senza volerlo, Lampedusa è così diventata un simbolo: l’avamposto d’Europa, la prima meta delle masse di disperati in fuga dalla guerra e dalla fame. Il 3 ottobre 2013 avvenne la tragedia: un barcone si rovesciò a poche centinaia di metri dalla spiaggia, lasciando in mare trecentosessantotto morti accertati.
Come ha reagito la popolazione dell’isola all’enorme pressione mediatica alla quale è stata improvvisamente sottoposta? Cosa pensano i lampedusani degli immigrati? Come reagisce l’Italia che si trova davvero sulla prima linea della più tragica emergenza internazionale degli ultimi anni? Per rispondere a queste domande, Marco Aime ha parlato a lungo con gli abitanti, con le autorità e con la gente comune dell’isola. L’isola del non arrivo è il racconto di queste voci, che tracciano un ritratto complesso e plurale, dove tuttavia prevale su tutto la solidarietà tipica della gente di mare.

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Ci sono canzoni che passano in sottofondo, altre che si fanno sentire, altre ancora che vanno ascoltate: a questo ultimo caldo girone appartengono i lavori di Bobo Rondelli. Ieri scapestrato fuggito dall’Ottavo Padiglione, oggi padre attento al futuro dei suoi figli con un amore smisurato per la musica, quella fuori da qualsiasi dettame ma che arriva dritto al cuore. A due anni di distanza da Come i Carnevali, il cantautore livornese al Moby Dick Festival per una tappa speciale del suo Anime Storte Tour 2018.

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Una tazza di mare in tempesta

In una scatola di quattro metri per tre, Abbiati racconta il classico di Melville servendosi di pochi oggetti: disegni, sculture, lampadine. Una piccola installazione, una piccola performance, per un pubblico ristretto che si trova tra piccoli oggetti che evocano grandi cose. Come se si fosse nella stiva di una baleniera, per pochi minuti. Tutto rubato dal “Moby Dick” di Melville, un libro. Tutto il mare in un libro.

S’accende qualcosa ogni volta che lo si prende in mano, il libro, e allora poi si comincia a immaginare in grande, balene, velieri, oceani, le cose più esagerate. Uno spettacolo condotto all’interno di una stanza/scatolone che coincide con la mente del suo indefinito creatore, sia esso Abbiati o Melville, l’autore o il lettore, il performer o ciascuno dei venti spettatori ammessi a ogni replica.

Domenica 6 maggio / Tensostruttura Piazza della Repubblica

Sede della prima Scuola di improvvisazione poetica in Italia, inaugurata nel 2005 ed affidata fin dalla nascita alla direzione di Mauro Chechi, oggi Terranuova Bracciolini è il Comune capofila dell’Associazione dei Comuni toscani per la valorizzazione e la promozione del canto in ottava rima.

Nel grande repertorio della poesia popolare, l’Ottava rima occupa certamente un posto di rilievo sia per antichità che per diffusione geografica della tradizione. La sua diffusione e la trasmissione generazionale in forma orale fa sì che l’ottava rima sia inserita nella tradizione della “letteratura orale”, intesa come “dialogo tra scrittura ed oralità, tra scrittura popolare, inventiva orale d’autore ed oralità dei consumatori e ripetitori ed elaboratori degli originali”.
Caratteristica di alcune zone del centro Italia – Toscana, Abruzzo, Alto Lazio – e Sardegna ed identificata con diversi denominazioni: “canto in poesia”, “canto a braccio”, la produzione poetica in ottava rima risale già al primo Rinascimento.

Nella Toscana di oggi la pratica dell’Ottava rima resta abbastanza diffusa ed in particolare negli ultimi anni, soprattutto grazie all’impegno di alcuni Comuni ed associazioni, se ne è diffusa nuovamente non solo la conoscenza ma anche la pratica.

Il Valdarno aretino con l’esperienza della Scuola d’improvvisazione poetica di Terranuova Bracciolini, nata sulla scia del lavoro dell’antropologo Dante Priore, che ha recentemente donato al Comune di Terranuova Bracciolini il proprio Archivio di fonti orali riguardanti la poesia e il canto popolare in Valdarno.
Numerosi sono i poeti che si sono formati e perfezionati presso la Scuola, oggi noti in tutta Italia per le straordinarie capacità di improvvisazione. Tra di loro possiamo ricordare Marco Betti, Lorenzo Michelini, Stefano Cincinelli, Giovanna Sarri appartenenti alla nuova generazione di poeti in Ottava rima che affiancano nelle esibizioni pubbliche i poeti della vecchia guardia Ivo Mafucci, Franco Ceccarelli e Bruno Grassi.

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Il cibo scatena qualcosa nel nostro cervello che è predisporsi alla vita, mangiare una materia che si trasforma in materia dentro di noi. Quando ci rapportiamo al cibo fidiamoci di noi stessi piuttosto che del conformismo e dell’induzione pubblicitaria, facciamo un bel respiro e pensiamo che una progettualità del futuro si costruisce a partire dalla saggezza delle nostre nonne e mamme e dal loro straordinario patrimonio culturale.

Fabio Picchi

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Il passato nel presente

“Ho cominciato a comporre in ungherese. Ma dall’Ungheria io e i fratelli sopravissuti siamo dovuti venire via, non eravamo accettati, in molti temevano che noi ebrei avremmo voluto vendicarci di quello che ci avevano fatto. Nell’abbandono frettoloso ho perso tutto. Scrivere in italiano per me ha voluto dire avere una corazza e una maschera. Ancora oggi se utilizzassi l’ungherese non terrei a freno i ricordi e avrei davanti agli occhi l’immagine della separazione da mia madre che all’entrata delle camere a gas viene colpita con il calcio del fucile da un SS per farla avanzare in tutta fretta”.
Edith Bruck

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Il mestiere di cronista. Scena e retroscena

Scena e retroscena del mestiere di raccontare il potere in Italia, dalla finanza alla politica alle imprese, dai media alla magistratura, analizzato da un protagonista del giornalismo italiano. Focalizzando l’attenzione su quale sia (o debba essere) il peso della carta stampata nel vasto mare dell’informazione e quale l’importanza della reputazione di chi scrive nei confronti dei lettori.

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Quando non succede niente e tutto cambia

Il mare, il desiderio, la bonaccia ne “L’Angelo del Liponard” di Mario Tobino.

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Feticci e Poesia

Quale dovrebbe essere il ruolo dei musei all’interno delle Comunità? Quale la funzione dei contenitori dell’Arte nei confronti dei cittadini?
E gli stessi cittadini come dovrebbero porsi di fronte ad un’opera e quali elementi privilegiare nel tentativo di assaporarne la bellezza e sviscerarne il significato autentico?
Antonio Natali ci prenderà per mano in un viaggio all’interno del mondo dell’Arte, per comprendere gli obiettivi e gli ostacoli nel rapporto tra le opere, i contenitori che le espongono e i cittadini che ne usufruiscono.
E mostrarci tutta la bellezza che può esserci guardando un’opera dalla giusta distanza.

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Occidente/Modernità e Islam. Convivenza o contrasto?

L’Europa è, secondo la bella definizione di Massimo Cacciari, un arcipelago dalle molte isole (le quali, come si sa, appaiono separate dal mare ma hanno, sotto il pelo dell’acqua, forti comuni radici terrestri); è un continente, ma anche un’espressione geostorica e geoculturale. Il che ne rende abbastanza individuabili le dirette o indirette origini, ne rende visibili i grandi centri irradianti e propulsori, ma perciò stesso molto meno visibili, più sfumati e soggetti a contestazione e a mutamento i confini. Ad esempio verso est, dove si colloca quella che a sua volta è la difficilmente definibile area “eurasiatica” in termini geografici, un tempo egemonizzata da Bisanzio e oggi rappresentata dalla Russia, dalla Turchia e dalle loro immediate pertinenze, si trova davvero un confine convincente? E delineare un’Europa futura che includa anche Russia e Turchia, cosa oggetto di molte resistenze, non apre forse la porte all’Asia centrale, che a entrambe queste potenze è profondamente legata da realtà etnolinguistiche e da vicende storiche?

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Al tempo di Manuel Vasquez Montalban in Valdarno…
Giuliano Malatesta: “El nino del balcon”

Nel libro Malatesta offre un duplice ritratto: quello di una Barcellona popolare ormai spazzata via dalla modernizzazione e quella dello scrittore che in questa città si identificava e trovava la propria fonte ispiratrice. Con Malatesta parleremo anche di Carmen Balcells, “super agente letteraria” che determinò la fortuna della letteratura latino americana e dello stesso Montalbán, e delle tre passioni dell’inventore di Pepe Carvalho: calcio, cibo e politica.
I Ragazzi del Quasi Quasi Social Club celebreranno l’evento proponendo piatti descritti nei libri di Montalban, cominciando da quelli delle Recetas Inmorales. Con la Birra del BVS che festeggia i 5 anni dalla sua Fondazione e i vini della” Associazione Nobile Tradizionale”

Costo delle pietanze comprende il bicchiere di birra BVS o il bicchiere di Vino delle aziende dell’Associazione NOBILETERRA di Montepulciano variando a seconda della stessa

L’incasso sarà devoluto al Progetto “Il Giardino Di Roberta”

Per prenotazioni e informazioni
Serena / Paola 3703215969 – slowfoodvaldarno@gmail.com

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Un bès

Un bès… Dam un bès, uno solo! Che un giorno diventerà tutto splendido. Per me e per voi

Provo a chiudere gli occhi e immagino: io, così come sono, con i miei 40 passati, con la mia vita – quella che so di avere vissuto – ma senza un bacio. Neanche uno. Mai.
Senza che le mie labbra ne abbiano incontrate altre, anche solo sfiorate. Senza tutto il resto che è comunione di carne e di spirito, senza neanche una carezza. Mai.
E allora mi vedo – io, così come sono – scendere per strada a elemosinarlo quel bacio, da chiunque, purché accada.
Ecco, questo m’interessa oggi di Antonio Ligabue: la sua solitudine, il suo stare al margine, anzi, oltre il margine – oltre il confine – là dove un bacio è un sogno, un’implorare senza risposte che dura da tutta una vita. Voglio avere a che fare con l’uomo Antonio Ligabue, con il Toni, lo scemo del paese. Mi attrae e mi spiazza la coscienza che aveva di essere un rifiuto dell’umanità e, al contempo, un artista, perché questo doppio sentire gli lacerava l’anima: l’artista sapeva di meritarlo un bacio, ma il pazzo, intanto, lo elemosinava.
Voglio stare anch’io sul confine e guardare gli altri. E, sempre sul confine, chiedermi qual è dentro e qual è fuori.

Lunedì 7 maggio / Tensostruttura Piazza della Repubblica

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Gli eroi di via Fani

Il 16 marzo 1978, in via Fani, a Roma, le Brigate rosse rapirono Aldo Moro e uccisero i cinque uomini della sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, due carabinieri e tre poliziotti. Per decenni le attenzioni di storici e giornalisti si sono incentrate sulle figure dei terroristi, a cui sono stati dedicati articoli, libri, dibattiti e interviste, mentre le vittime venivano trascurate se non del tutto dimenticate. 
Lo storico Filippo Boni ha sentito il bisogno personale e civile di ricostruire le vite spezzate di questi cinque servitori dello Stato e per farlo è andato nei luoghi in cui vivevano, a parlare con le persone che li avevano amati e conosciuti: genitori, figli, fratelli, e fidanzate a cui il terrorismo ha impedito di sposare l’uomo che amavano.

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Ibi. Conversazione con Pierfrancesco Majorino e Marco Aime

Ibitocho Sehounbiatou ha fotografato e filmato la sua vita in Italia per 10 anni.
 Questo film nasce dalle sue immagini, dalla sua creatività, dalla sua energia.
 Per la prima volta in Europa un film interamente basato sull’auto-narrazione diretta e spontanea di una donna migrante, che racconta sé stessa e la sua Europa ai figli rimasti in Africa.
Un viaggio intenso e intimo nel mondo difficile, vivo e colorato di un’artista visiva ancora sconosciuta.

Dalla visione di questo lavoro Andrea Segre, Pierfrancesco Majorino e Marco Aime prenderanno spunto per una conversazione su quali possono essere gli elementi chiave sui quali far leva perché una comunità possa dare, alle donne in particolare, accoglienza e futuro.

Martedì 15 maggio / Moby Dick Off / Osteria il Canto del Maggio

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Moby Dick Off: L’Arminuta

Autrice di uno dei più intensi romanzi del 2017, vincitrice del premio Campiello, con una storia che tocca corde profonde, che parla di maternità, di abbandono ma anche di complicità e resilienza. Una scrittura schietta e dal timbro unico, capace di incantare.
Dopo la presentazione del libro, assaggeremo dolci delizie accompagnate da ottimi infusi.

In collaborazione con l’Associazione Sopra le nuvole:

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Con il patrocinio di:

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Peter Sloterdijk è considerato uno dei più importanti innovatori del pensiero filosofico contemporaneo e la sua fama nei circoli culturali e filosofici tedeschi è uguagliata attualmente solo da quella di Gadamer, Habermas e Marquard. Si tratta tuttavia di una figura controversa e considerata, da parte di una ristretta cerchia di studiosi e pensatori, lontana dal rigore proprio della filosofia accademica, anche a causa della propensione per tematiche normalmente non affrontate in ambito universitario.

Peter Sloterdijk (Karlsruhe, 26 giugno 1947) è un filosofo e saggista tedesco, professore di filosofia edestetica alla Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, di cui è pure rettore dal 2001. Insegna anche all’Accademia di Belle Arti di Vienna.

Dal 1968 al 1974 Sloterdijk studia filosofia, germanistica e storia all’Università di Monaco. Nel 1975 consegue il dottorato all’Università di Amburgo con una tesi sulla filosofia e lastoria dell’autobiografia. In seguito intraprende con successo la carriera di saggista, cui si aggiunge, dal 1992, l’insegnamento universitario a Karlsruhe e a Vienna.
Il suo primo saggio filosofico, “Critica della ragion cinica”, pubblicato nel 1983, batte il record di vendite per un libro di filosofia scritto in tedesco e verrà tradotto in trentaduelingue. L’opera è salutata da Jürgen Habermas, che la considera come «l’avvenimento più importante dal 1945». Sloterdijk riceve il premio letterario Ernst-Robert-Curtius nel1993 e accresce la sua già grande importanza insegnando nelle città, tra le altre, di Parigi, Zurigo e New York.

A partire dal 1998, Sloterdijk comincia la sua trilogia “Sfere”, che fa di lui un personaggio riconosciuto nel mondo delle lettere tedesco. Si aggiungono a questo straordinarie capacità pedagogiche e una chiarezza tale dal permettergli di animare, dal 2002, in collaborazione con Rüdiger Safranski, il programma televisivo Im Glashaus. Das Philosophische Quartett (“Nella casa di vetro. Il quartetto filosofico”), lo show filosofico-letterario della rete tedesca ZDF dedicato alla discussione delle questioni chiave che investono la società contemporanea. Nel 2001 è nominato rettore (Rektor) dell’Accademia di Arte e Media (Hochschule für Gestaltung o HfG) di Karlsruhe. Nel 2005 si vede conferire la cattedra Emmanuel Lévinas a Strasburgo per due semestri. Lo stesso anno, Sloterdijk denuncia il “no” della Francia alla costituzione europea. In Ira e tempointraprende una riflessione sulla politica a partire dalle sue espressioni di collera. L’ira diventa il motore della politica. Dopo Nietzsche e Heidegger, Sloterdijk considera il tempo politico come un vettore di collera e risentimento.

Nel 2006 scala il monte Ventoso in bicicletta. Egli pratica questo sport a livello amatoriale, percorrendo migliaia di chilometri l’anno. Questa passione l’ha condotto a riflettere suldoping e sulla “teologia” del ciclismo, evocata da Barthes nelle sue Mitologie.

Nel settembre 1999 Sloterdijk pubblica una conferenza intitolata “Regole per il parco umano”. Una lettera di risposta alla Lettera sull’ “Umanismo” di Heidegger sul settimanale Die Zeit. Questo intervento viene male interpretato e genera uno scandalo molto mediatizzato. Il filosofo vi propone una riflessione sull’umanismo, la genetica e i problemi posti da ciò che lui chiama l’“addomesticazione dell’essere umano”. L’uso della parola «Selektion» (carico di connotazioni, in Germania, che rimandano al nazismo) nel suo testo gli procura severe critiche (soprattutto da Jürgen Habermas) e la messa in questione della sua stessa notorietà e autorevolezza. Il termine viene impiegato due volte nell’intervento, nel contesto della “selezione natale” e poi messo in parallelo con la parola «Lektion» (lezione), in analogia con «Auslesen» (la “scelta” dell’antologia). La controversia è ugualmente proseguita in Francia, dove Sloterdijk riceve l’appoggio del suo traduttore Olivier Mannoni, di Bruno Latour, Éric Alliez, Jean Baudrillard e Régis Debray.

Influenzato da Friedrich Nietzsche e dai suoi interpreti francesi (Gilles Deleuze e Michel Foucault), dopo la “filosofia della contestazione” della Critica della ragione cinica (1983) si è occupato, con un approccio antiumanistico, di psicologia e filosofia politica. Sloterdijk intende ilpostmoderno come la posizione di chi combatte il totalitarismo della metafisica classica occidentale, la cui storia è da intendersi come un processo di globalizzazione. Perciò, più che fenomeno contemporaneo, la globalizzazione si identifica con la modernità, cioè con l’epoca in cui la follia di espansione globale diventa ragione di profitto.

La filosofia di Sloterdijk rompe l’equilibrio tra il solido accademismo di un professore scolastico e un certo senso di anti-accademismo (testimone del suo interesse sempre in corso per le idee di Osho, del quale divenne discepolo negli anni settanta). Nonostante le critiche che alcuni lati del suo pensiero hanno provocato, lui rifiuta di essere classificato un “pensatore polemico”, descrivendo se stesso invece come “iperbolico”. Le sue idee rifiutano l’esistenza dei dualismi (come corpo e anima, soggetto e oggetto, cultura e natura, etc.) a partire dalla loro interazione, cioè come “spazi di coesistenza”, e progressi tecnici che creano una realtà ibrida. Così Sloterdijk, che sta provando a sviluppare un nuovo umanismo spesso chiamato postumanesimo, cerca di unire diverse componenti che sono state, secondo lui, erroneamente considerate separate l’una dalle altre. Questa ricerca lo ha condotto a proporre la creazione di una “costituzione ontologica” che vuole incorporare tutti gli esseri – umani, animali, vegetali, e macchine.

La “Critica della ragion cinica” (Kritik der zynischen Vernunft), pubblicata da Suhrkamp nel 1983 (facendo eco alla “Critica della ragion pura” di Kant, pubblicata due secoli prima), diventa il libro filosofico più venduto in lingua tedesca dalla Seconda guerra mondiale e lancia la carriera di Sloterdijk come autore.

Critico della modernità e del razionalismo, l’autore constata che l’epoca contemporanea è scossa dalla sua stessa adesione ai principi dell’Illuminismo (Aufklärung). La lotta contro l’oscurantismo, pur vantando e mitizzando il progresso dovuto all’uso dei “lumi della ragione”, non può più essere considerata attuale. Sloterdijk le oppone il cinismo(kunisme), ispirandosi all’omonima corrente filosofica della Grecia classica. Questo, secondo il filosofo, può essere visto come un rimedio, persino un superamento della situazione di impasse in cui si trova preso, a suo avviso, il progetto dell’Illuminismo.

La trilogia di “Sfere” (Sphären) è l’opera maggiore del filosofo tedesco. Pubblicati da Suhrkamp Verlag, i tre volumi sono apparsi rispettivamente nel 1998 (Blasen, “Bolle”), nel 1999 (Globen, “Globi”) e nel 2004 (Schäume, “Schiuma”). Questa trilogia monumentale propone, secondo il suo traduttore francese, Olivier Mannoni, «niente di meno che una storia filosofica dell’umanità attraverso il prisma di una forma fondamentale: la sfera e tre delle sue declinazioni, la bolla, il globo, l’alveolo di schiuma». “Sfere” è sugli “spazi di coesistenza”, spazi comunemente trascurati o dati per scontato che nascondono informazioni cruciali per lo sviluppo di una comprensione dell’essere umano. Le sfere, le bolle, i globi sono i contenitori attraverso i quali l’uomo pensa sé stesso nel mondo, alla ricerca di una protezione dai pericoli esterni (che per il feto si identificano con la madre). L’esplorazione di questi settori inizia con la fondamentale differenza tra mammiferi e altri animali: il biologico e utopico conforto del grembo materno, che gli uomini provano a ricreare attraverso la scienza, l’ideologia e la religione. Da queste microsfere (ontologiche relazioni come feto-placenta) alle macrosfere (macro-uteri come nazioni o stati), Sloterdijk analizza i settori dove gli uomini provano invano a fermarsi e traccia una connessione tra la crisi vitale (per esempio la vanità e il disinteressamento narcisistico) e le crisi che si creano quando una sfera di frantuma. La forma sferica è, quindi, ciò che permette all’uomo di produrre se stesso, l’ambiente (materiale e simbolico) che egli si crea. In questa riflessione spaziale, la Terra occupa un posto di prima importanza. Una ricca iconografia dà maggiore rilievo alle diverse forme prese dalla sfera nel dominio estetico. Nello specifico, il primo volume (“Bolle”) illustra la teoria dell’intimità, contrapponendo all’individualismo il concetto di diade; il secondo (“Globi”) esplora l’età della metafisica dal punto di vista della filosofia europea classica (Hegel in particolare); il terzo (“Schiuma”) descrive un mondo non più interpretabile a partire dall’intimità.

Sloterdijk ha detto che i primi paragrafi di “Sfere” costituiscono «il libro che Heidegger dovrebbe aver scritto», un volume compagno di Essere e tempo, chiamato “Essere e spazio”. Egli si riferiva alla sua iniziale esplorazione dell’idea di Dasein, la quale poi farà prendere le distanze a Sloterdijk dalle posizioni di Heidegger.

Stefano Vastano, nato a Roma nel 1961, si è laureato in filosofia ed è un giornalista che vive e lavora a Berlino dal 1989. Dai giorni del “crollo del Muro” scrive di politica e cultura ‘made in Germany’ per il settimanale “L’Espresso”. Collabora inoltre con altre testate italiane e tedesche.

L’intervista integrale di Stefano Vastano a Peter Sloterdijk

Per gentile concessione del direttore dell’Espresso Marco Damilano.

Questa intervista è stata pubblicata sull’Espresso Nr 11, dell’11 marzo 2018.

“L’arte vuole ancora soddisfare il nostro bisogno di trascendenza, ma oggi è sparsa ovunque e i grandi artisti provano a colpirci con tecniche sempre più surreali”. Inizia così, accanto a una immensa scultura in bronzo di Damien Hirst davanti a Palazzo Grassi, a Venezia, l’incontro con Peter Sloterdijk. In cui uno dei più prestigiosi filosofi tedeschi – autore della mastodontica trilogia delle “Sfere”, nonché di un recente saggio intitolato “L’Imperativo estetico” ( Cortina editore) – spiega i destini dell’arte contemporanea. E le aporie di musei e Biennali spuntati come funghi in tutto il pianeta. “Siamo nell’era dell’Iperinflazione estetica”, continua Sloterdijk, “e ciò costringe gli artisti a inventarsi riti magici sempre più azzardati”. Dalle piramidi alle mostre di Hirst e dalla fondazione di Roma a Jeff Koons, in questa intervista il grande filosofo tedesco ricostruisce “il senso di quella trasmissione angelica”, come la definisce lui, “che è l’opera d’arte”.

Degli angeli parliamo dopo, partiamo ora dalla recente mostra di Damien Hirst a Venezia. In che senso questo artista e l’arte contemporanea avrebbero qualcosa di “surreale”?
“Qui a Venezia è il luogo migliore per definire l’arte contemporanea. Si parla di arte contemporanea dal momento in cui, dalla madre di tutte le Biennali sulla Laguna, centinaia di Biennali si diffondono in ogni Paese e città. Una mega-offerta espositiva che produce quella strana eco che percepiamo ogni volta che parliamo di arte contemporanea”.

Quale strana eco?
“Più di trenta anni fa Harald Szeemann diceva che l’arte ha un vero nemico, che non è l’arte cattiva ma la globalizzazione. Da allora monta il processo di auto-cannibalizzazione delle Opere d’arte tra loro. In questo sistema di reciproca autodistruzione dell’arte, artisti come Hirst o Koons optano per strategie di ‘deflazione’: Koons puntando sul Kitsch, Hirst su opere che ancora somigliano all’arte. Neanche per i più grandi è facile operare nell’era dell’arte inflazionata”.

È perché c’è troppa arte che le Opere dei grandi artisti hanno quel non so che di “surreale”?
“Per distinguere i loro lavori dall’arte di massa, i più grandi devono ricorrere alle tradizione e tecniche del surrealismo, all’estetica dello choc. All’inizio i surrealisti, per spaventare il borghese, si affidavano all’osceno o al brutto: un secolo dopo a scioccarci è piuttosto il Bello che Hirst sintetizza sotto formaldeide. Ma nel frattempo la cultura di massa ha integrato nei suoi media lo choc della tradizione surreale”.

Ma nella cultura di massa e pubblicitaria lo choc non si riduce spesso al Kitsch?
“Nel suoi saggi di estetica, analizzando le pagine di “Via col vento”, l’antropologo Arnold Gehlen definì il Kitsch come “una scorciatoia sulla via dei grandi sentimenti”. Persino il Kitsch ha una sua legittimità come veloce diffusione dei grandi temi dell’arte”.

Se in Tv o al cinema dominano le ‘scorciatoie’ del Kitsch, i veri artisti chi sono: gli ultimi sciamani della cultura occidentale?
“Sì, i grandi nomi dell’arte contemporanea possono esser visti come gli ultimi sciamani, ma a patto che vediamo nello sciamanesimo, e sin dalle sue origini, una forma di cinismo. Nelle pratiche sciamaniche c’è sempre qualcosa che porta a chiedersi se lo sciamano creda davvero in ciò che sta facendo. Se non un cinico, lo sciamano è uno stregone che agisce secondo la pragmatica norma: se ti aiuta, bene, io ci ho provato!”

Cosa ha a che fare l’arte contemporanea con questa dubbia pratica sciamanica?
“Come la scommessa di Pascal sull’esistenza di Dio, anche l’arte contemporanea è un continuo azzardo, la scommessa che una tra le mille opere in mostra riesca sul mercato e crei un trend. Ma nessun critico, per quanto dotato di ispirazioni sciamaniche, potrà mai dirti come e perché quell’Opera abbia avuto successo sul mercato ”.
A proposito di oscuri sciamani e irrazionalità del mercato artistico, una rivista dei surrealisti parigini s’intitolava “Acépahle”…
“ Già, e in uno dei suoi saggi Lévi-Strauss narra la storia di un giovane sciamano sotto processo per magia nera. Per discolparsi il giovane dice che sotto a delle rovine è sepolto un oggetto magico. La comunità inizia a scavare per scoprire sotto l’ultima pietra una minuscola piuma. E all’istante tutti la vedono come epifania del sacro, quanto basta allo sciamano per salvare la vita”.

La morale della favola è, come diceva Beuys, che ognuno è artista o che nessuno sa bene cosa sia l’arte o il sacro?
“La morale che ne traeva Levi-Strauß è che, nelle culture arcaiche, le prove per l’esistenza del sacro sono scarne. Basta poco, anche una piuma, per soddisfare il bisogno di credere in forze superiori. Nella nostra era dell’arte iper-inflazionata scintille di trascendenza brillano in ogni angolo del cosmo. E ai grandi artisti oggi non resta che inventarsi, come ai suoi tempi Wagner con il suo teatro a Bayreuth, con nuove tecniche surreali piani di trascendenza sempre più alti. I surrealisti d’altronde ridisegnarono tutta una geopolitica a seconda dei Paesi che davano più rilevanza al sogno”.

E qual era il Paese al centro di questa geopolitica surreale?
“ L’Afghanistan era la loro centrale mondiale sia per le forniture di oppio che per produttività onirica. Mentre gli Stati Uniti nelle loro mappe oniriche erano una strisciolina senza senso alla periferia dell’universo”.

Nel suo saggio “L’Imperativo estetico” definisce i Musei come “piramidi sepolcrali” in cui l’arte finisce mummificata in vetrina. E i curatori come “colleghi degli imbalsamatori dell’antico Egitto”. Sente davvero odore di morte entrando in un museo?
“L’arte ha un suo particolarissimo rapporto quasi magico con lo spazio che la circonda. Ed ogni oggetto naturale, persino le feci come ci insegna Piero Manzoni, diventa arte se estrapolato dal contesto ed esposto in una sua White Box. Sì, lo spazio museale moderno è la prosecuzione del sepolcro faraonico con altri mezzi espositivi: le Opere mutano in ‘mummie’ nelle gallerie o musei ed attirano così l’attenzione del pubblico. Esposta, l’arte punta sempre allo stato d’eccezione delle nostre percezioni”.

Se sono ‘sepolcri’ perché sentiamo l’esigenza di entrare nei musei, o perché abbiamo tanto bisogno della droga-Arte e di così tante mostre e Biennali?
“Se mi domanda perché l’uomo ha bisogno di metafisica, non posso che ricordare che siamo quegli animali che percepiscono come il mondo non finisca all’orizzonte, ma continui oltre il visibile. La filosofia è una storia di messaggi trasmessi dall’invisibile dell’orizzonte, che a inviarli sia Dio come nella metafisica religiosa o l’Essere in Heidegger. E in questa messaggistica che è la cultura, l’Arte è l’angelo che ha sostituito al meglio sia Dio che la metafisica, anche se oggi questi Messaggeri artistici svolazzano ovunque sulla Terra”.

Kant ha scritto una “Critica del Giudizio” per capire perché ne svolazzino tanti di artisti…
“ Nella seconda parte della “Critica del Giudizio” Kant giunge a chiedersi come mai non possiamo evitare di immaginare che il mondo sia Opera di un intelligente designer, pur sapendo benissimo che alla base c’è un meccanismo scientifico. Da Kant ai romantici il mondo si rivela un Organismo colmo di messaggi epifanici, e l’arte è l’organismo per eccellenza o, per dirla con Goethe, “ciò di cui il Genio abbisogna per vedere la luce del mondo”. Ecco a che serve l’arte, ad insegnarci a guardare al mondo come a una perfezione vivente”.

Basta questa visione a farci parlare, come fa il suo libro, di un “Imperativo estetico”? Toni Negri e Hardt hanno scritto “Impero” per spiegare il capitalismo globale. L’arte invece come ‘impera’ sulle nostre vite?
“ Nella cultura romana l’Imperatore era il titolo che spettava a chi comandava le armate; solo dopo alla funzione militare si è aggiunta la sacralità di un Cesare. Nell’immaginario dei cittadini Roma era cinta dal sacro confine del ‘pomoerium’, entro il quale nessun soldato poteva metter piede: solo per un trionfo l’Imperatore poteva varcarlo in armi. Negri e Hardt prendono un’illegittima scorciatoia post-leninista nel definire l’imperialismo, mentre le nostre storie dell’impero racchiudono, dalla loro origine romana, sia gli elementi urbanistici e civili di Roma che le funzioni militari e sacrali dell’imperatore”.

Sta dicendo che gli artisti di oggi sono la versione post-moderna della tradizione romana dell’impero?
“Oggi abbiamo a che fare con artisti che fondano un loro ‘pomoerium’ creando dei Regni tutti loro e sacrali. Non è una novità che l’artista guidi la propria impresa: ma un imprenditore che sia sciamano ed imperatore del proprio regno è un privilegio di cui solo i grandi artisti godono. Se Joseph Schumpeter ha coniato nell’era moderna il mito dell’imprenditore, è da Vasari in poi che la vita degli artisti tramuta in leggenda. E basta una visita nell’atelier di Anselm Kiefer per accorgersi come l’artista contemporaneo viva – tramite le sue Opere – una vita da Imperator nel suo regno simbolico”.

Per non parlare delle Archistar, i Grandi architetti che seminano nel pianeta monumenti, musei e palazzi come vessilli del loro inconfondibile stile…
“ Gli architetti hanno da sempre la missione di costruire sistemi immunitari spaziali. Nella mia trilogia ( “Sfere”, Ndr) ho ricostruito, dall’intimità delle camere da letto ai Crystal Palace delle Fiere del capitalismo a Londra, queste varie forme di macro-intérieurs. Con le loro cupole, duomi e cattedrali gli architetti alzano cieli immunitari sopra le nostre teste per consentire idealmente ad un intero popolo di riunirsi sotto quelle volte architettoniche”.

Non per niente Hegel ha situato le Piramidi all’inizio dell’arte. È un caso se la prima Opera architettonica sia un sepolcro per il faraone?
“ Per Hegel gli egiziani sono fondamentali perché in loro il potere dello spirito confluisce in quello della morte: per questo le loro case erano in legno, ma le tombe in pietra. Hegel ha sentito ancora dietro Eraclito le ombre dell’Egitto, e noi ancora non abbiamo capito il ruolo di Tebe e del Cairo nella nostra cultura occidentale e quanto persino nel cattolicesimo, attraverso i testi di Platone, sia penetrato lo spirito della cultura egiziana”.

Leo Strauss lamentava che nelle nostre storie della cultura europea partissimo sempre da Roma e Atene, mai da Gerusalemme o dall’antico Oriente…
“Gerusalemme si trova ancora sulla linea di Atene, entrambe sono culture rassegnate alla morte. Ma l’Egitto non si rassegnò mai, la vita terrena era lì solo un fugace passaggio per la conquista dell’al di là. La Piramide sta a ricordarci che il vero senso della vita sta nella morte. E in questo senso “Il flauto magico” di Mozart, come ha spiegato Jan Assmann, è un’opera profondamente egiziana”.

Torniamo all’arte contemporanea e digitale: si è mai scattato un selfie Professor Sloterdijk, e a che si deve l’inquietante mania di immortalarsi il volto?
“Mai un selfie, ma la fotografia ha modificato radicalmente la nostra autocoscienza e il selfie è solo un quadratino digitale nella storia fotografica. E cioè dell’incontro tra l’obiettivo e la nostra autoriflessione: normalmente un uomo non conosce il suo aspetto, e la prima forma di fotografia resta lo specchio. Ed anche qui Venezia, con l’arte dei suoi vetri, è all’origine delle prime autoriflessioni dell’aristocrazia europea davanti ai lussuosi specchi veneti”.